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Anna e Yusef recensione: promesse non mantenute, melò dai soliti schemi

  • Rai

di Simone Rausi

In Italia abbiamo due brutti vizi: quello di fare le fiction e quello di paragonarle continuamente alle serie americane. Per carità, che si facciano delle produzioni in house invece di importare continuamente dei prodotti dall’estero, è cosa buona e giusta. Ogni volta che si realizza un prodotto scadente, però, si infligge un nuovo colpo all’immagine che di noi diamo oltreconfine. Parliamo diAnna e Yusef, la minifiction in due puntate andata in onda ieri e l’altro ieri su Raiuno. Un prodotto che, di certo, ha parecchi meriti ma anche tante, troppe debolezze.

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Anna e Yusef parte con l’ambiziosa promessa di voler raccontare, in chiave emotiva, il problema più scottante dell’agenda di questo periodo: l’immigrazione. Non ci sono investigatori, preti detective, suore commissario o mafiosi di Little Italy e siamo già un passo avanti. L’obiettivo sembra essere la sensibilizzazione al tema e la lotta al razzismo. Yusef, il magrebino protagonista, è laureato con 110 e lode, fa l’ingegnere, è un papà modello e si sorprende quando la gente gli si rivolge dandogli del “lei”. Su quest’ultimo punto si indugia circa 4 volte in 15 minuti. “Non bisogna permettersi di dare del tu alle persone di un altro colore”. Vero, verissimo, c’è da riflettere, ma era chiaro anche alla prima battuta.

Uno dei problemi fondamentali di Anna e Yusef sono propri i dialoghi. Decisamente stantii, ricchi di finta morale. La sceneggiatura prova a combattere i pregiudizi e a rompere le righe mostrando un personaggio tunisino lontano dagli stereotipi raccontati dalla cronaca e dai programmi di Del Debbio. Peccato che alla fine si cada nei soliti schemi: Yusef ha vissuto in uno stabile occupato, i suoi conoscenti sono rabbiosi e lavorano nei campi di pomodoro, ci sono perfino dei clandestini che puntano il coltello in faccia e che fanno rapine in mezzo alla strada. La firma di Cinzia TH Torrini si vede perché, in fin dei conti, buona parte della storia torna al più classico dei melò in stile Elisa di Rivombrosa. Anna e Yusef sono i Romeo e Giulietta de noartri: si amano nonostante i genitori di entrambi non vedono la coppia di buon occhio, sognano un secondo bambino, fanno l’amore in salotto anche dopo aver appreso tragiche notizie perché l’amore vince su tutto, sono costretti a struggenti addii con lacrime e fughe all’alba.

La recitazione fa il resto. La Incontrada torna ad essere compagna frustrata e a bisbigliare più di una volta come in “Un’altra vita”. Il resto del cast è doppiato male, gesticola anche troppo, risulta perfino poco credibile in più di una battuta. Le performance attoriali migliori le eseguono personaggi che sono poco più che comparse come l’avvocato di Yusef. Certo, rispetto a “L’Onore e il Rispetto” tocchiamo standard da actor studios ma perché accontentarsi quando la produzione è talmente ambiziosa e le promesse così allettanti? Si, il paragone con le produzioni a stelle e strisce lo si deve fare, si è quasi obbligati. E se ne esce a pezzi, con le ossa rotta. Il pubblico di Raiuno, tendenzialmente, si accontenta ma in un altro canale dal target più fresco le critiche sarebbero state feroci. Bella l’idea di raccontare la primavera araba (salvo poi addolcire il tutto per renderlo appetibile allo spettatore proveniente da Affari Tuoi), bella l’idea di far capire come le brave persone possano viaggiare anche su un barcone. Peccato. Peccato davvero. Complimenti comunque alla nuova Beppe Fiorello di Mamma Rai.

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