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Cassazione, offese ai concorrente dei reality show? Non è reato

Tutti gli aspiranti concorrenti dei reality show devono fare attenzione. La Cassazione ha stabilito che chi prende parte a questo tipo di trasmissioni non può lamentarsi e chiedere il risarcimento dei danni se qualcuno indirizza loro parole offensive. Con tale sentenza la Suprema Corte ha respinto la domanda di risarcimento avanzata da Franco Mancini, partecipante di "Survivor", reality trasmesso in Italia nel 2001 e di cui vi è stata una sola edizione. Un avversario aveva definito Mancini "pedofilo" per le attenzioni che rivolgeva a un'altra concorrente molto più giovane.

Secondo la Cassazione i reality show hanno la "caratteristica di sollecitare il contrasto verbale tra i partecipanti" e i concorrenti ne sono perfettamente consapevoli. Davanti alla Suprema Corte Mancini ha sostenuto che l'epiteto di "pedofilo" era offensivo anche se pronunciato scherzosamente, e si è lamentato del fatto che gli autori avrebbero potuto tagliare la scena dal momento che il programma era trasmesso in differita.

Ma la Cassazione ha respinto il ricorso sostenendo che non è stata commessa alcuna diffamazione; bisogna, infatti, "avere riguardo del contesto in cui l'espressione è inserita" e a tal proposito i reality show hanno proprio la caratteristica di "sollecitare il contrasto verbale tra i partecipanti", caratteristica che ai concorrenti "non poteva sfuggire".

Un primo ricorso di Mancini era già stato respinto dalla Corte d'appello di Roma nel giugno 2008. Il primo "no" al risarcimento era stato pronunciato dal Tribunale di Rieti.

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