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Gattuso: "Orgoglioso di essere terrone"

"Sono orgoglioso di essere un terrone".
E' questa la chiave di lettura dell'autobiografia di Rino Gattuso, un libro edito da Rizzoli che ripercorrerà le tappe salienti della vita del calciatore del Milan piu' amato/odiato d'Italia.

Il Corriere Magazine lo ha incontrato per fargli alcune domande personali sui temi affrontati nel libro.
"Per me la parola “terrone” non si riferisce a un fattore geografico, è un luogo dell’anima", dice il campione nato a Schiavonea, provincia di Cosenza. "Per scherzare, spesso Pirlo (compagno di reparto di Gattuso) mi chiama terrone, dice che noi terroni siamo stressanti".

"Essere terroni significa avere delle radici molto solide, vuol dire amare e portare avanti le tradizioni, non rinnegare mai la propria cultura e la propria identità, dare al proprio figlio maschio il nome del nonno, avere un rispetto sacro per la famiglia e per gli amici", ha continuato Ringhio.

"Mio padre, Francesco, faceva il falegname ma era un calciatore nell’anima. Giocava centravanti, in quarta divisione, ma era un Ringhio pure lui, non mollava mai. Una volta fece 14 gol in una partita sola e la squadra avversaria era la Morrone di Cosenza. Io a mio padre devo tutto, darei la vita per lui", racconta con orgoglio il ventinovenne centrocampista fresco campione del mondo.

A Rino, che agli esordi giocava con la maglia del Perugia, arrivò un'offerta dalla squadra scozzese dei Rangers. 500 milioni di lire, una cifra spaventosa. "E io, al telefono da Perugia, dissi a papà che non volevo andare e lui mi disse: Vignu là cura machina e tu fazzu arricurdari pe tutt’a vita (traduzione: vengo lì in macchina e te lo faccio ricordare per tutta la vita). Allora io dissi: papà, sto scherzando, iamu (traduzione: andiamo, a Glasgow)".

I primi tempi in Scozia furono tosti: "L’unico contatto che avevo con l’Italia era RaiUno: ricordo ancora le notti passate a guardare la televisione, mi beccavo sempre Sottovoce condotto da Marzullo" .

E in campo Rino come parla con i compagni? "Io penso e parlo in calabrese, è più veloce, è più comodo. Quando devo imprecare lo faccio in calabrese. Chissà quanti morti che t’è muort, morti ’e mammete o vai a fare in du culu ho tirato durante la mia carriera".

"Essere calabrese vuol dire dare sempre l'anima, sudare su ogni pallone. Guardate i calciatori calabresi che militano in serie A: Juliano, Fiore, Pippo Pancaro, Perrotta, Iaquinta e io. Siamo tutti combattenti, gente che non si scorda da dove arriva, e che è orgogliosa delle proprie radici".

Gattuso-Materazzi, un'amicizia che ha origini lontane. "Marco è mio gemello. Cominciammo assieme a Perugia. Non avevo ancora la patente perché minorenne mentre lui aveva già un contratto da calciatore professionista. Lui è stato la mia chioccia, ogni tanto mi sganciava pure qualche banconota da centomila lire per aiutarmi, e mi portava in giro per Perugia con la sua macchina".

E le foto che vi ritraevano con le mutande di D&G? "A mia moglie quella non è piaciuta".
Ma Gattuso si considera davvero l'anti-Beckham? "Se vogliamo intendere che io nella mia vita non mi sono mai spalmato una cremina sulla faccia, ci può stare. Io il mio aspetto lo curo poco".

Volete sapere come metabolizza una sconfitta Gennaro? "Da solo, in cucina, mi preparo un panino e lo prendo a morsi come se fosse l’avversario che mi ha battuto. Mi pare giusto fare così. Perché devi infelicitare anche gli altri? Prima di adottare il metodo del panino-da-solo-in-cucina, ho fatto le peggiori litigate con mia moglie".

Ci sono anche dei gustosi retroscena sul cibo: "Io tendo a ingrassare, da sempre. Se bevo un bicchiere di vino in più ci vogliono chilometri di corsa per smaltirlo. Invidio Pirlo e Gourcuff che si mangiano i bufani e non ingrassano di un etto. Poi c'è Pippo Inzaghi: da trent’anni mangia sempre le stesse cose, pasta in bianco e bresaola, soltanto a vederlo mi viene la febbre a quaranta. Io mi sogno ogni giorno i tiramisù di mia moglie. Ho scoperto solo da poco tempo che l’ingrediente magico che usa sono i Kinder Bueno, li sbriciola e li mette nell’impasto: una goduria".

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