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Saviano, seconda puntata sul linguaggio mafioso. Litti e lo stronzo

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Il primo monologo di Roberto Saviano nella seconda puntata di "Quello che (non) ho" è dedicato al linguaggio dei clan mafiosi. Dopo l'esordio boom di lunedì sera: 12.66%, record assoluto di share per la rete con oltre 3 milioni di spettatori e 90 mila contatti sul web, bissato anche ieri sera con il 12,29 di share, la trasmissione si è aperta sulle note di Casta diva, con Elio Germano che ha letto il testo di una lettera a Michele Zagaria.

Lo scrittore decripta le parole dei boss contenute nella lettera, spiegando come nasce il vocabolario mafioso "Le organizzazioni criminali - racconta Saviano - hanno saccheggiato le nostre parole, come onore, famiglia, amico, parole magnifiche, mascherate come sinonimi di segmenti militari, organizzazioni, strutture. Nella societa' di grande comunicazione, di Twitter e Facebook sembra impossibile che le organizzazioni possano utilizzare ancora i pizzini. Ma la cosa più grave è che a parole mascherate corrispondono società mascherate..

Un secondo lungo intervento Saviano lo ha dedicato a quelle delle donne di mafia che hanno avuto il coraggio di denunciare i propri compagni e figli per diventare testimoni di giustizia. Donne come Maria Concetta Cacciola, Tita Buccafusca e Lea Garofalo, appartenenti a famiglie della 'ndrangheta che hanno detto NO alla e per questo hanno pagato con la vita. "Con il silenzio - sottolinea Saviano - la loro vita sarebbe stata normale. E invece decidono di parlare per coscienza, per rabbia e il sistema intorno a loro impazzisce. Nelle organizzazioni criminali la donna mantiene il silenzio, organizza, tiene in piedi la struttura.

Poi a Francesco Guccini, applauditissimo come Saviano, il compito di definire il "cantautore", che è insieme cantante e autore ma che troppo spesso incappa nelle etichette semplificatrici. "Siamo tutti camelopardi", dice Guccini citando la definizione che gli antichi romani diedero in Africa all'ignota giraffa, un pò cammello e un pò leopardo.

Irrompe sul palco delle Officine Grandi Riparazioni di Torino per uno scossone al pubblico Luciana Littizzetto raccontando la parola "stronzo". La comica torinese che si definisce "estimatrice della parolaccia perché è liberatoria", prima ironizza sui rischi di denuncia dato che "nomi non se ne possono fare. Crudelia de Mon lo posso dire o parte la denuncia come se dicessi Santanchè?", e poi elenca le possibili declinazioni della parola, citando Lavitola, e spiegando anche come la parola stronzo possa cambiare a seconda dei punti di vista: "Marchionne per Obama è un genio che ha salvato la Chrysler, per i duemila operai di Termini Imerese minchia se è... Ha ragione Obama che è uno o hanno ragione in duemila? Per il Pdl Monti era figo durante la riforma delle pensioni, con l'Imu è il peggiore degli...".

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